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Musicoterapia

L'Azienda Servizi Farmaceutici e l'Associazione Kinesis intendono, con il presente testo, rappresentare uno stimolo all’ approfondimento della conoscenza sull'argomento trattato. Come nelle conferenze svoltesi negli anni precedenti, l'obiettivo è quello di fare divulgazione su argomenti di educazione sanitaria, senza pretendere di esaurire il tema, ma fornendo spunti di studio e ricerca per singoli o associazioni. Il presente testo appartiene alla serie degli estratti delle precedenti conferenze (disponibili su questo sito internet ) di cui segue l’elenco:

  • Prevenzione alimentare del tumore alseno
  • Medicina Cinese
  • Omeopatia umana e veterinaria
  • Medicina Ayurvedica
  • Fitoterapia
  • Digiuno terapeutico
  • Musicoterapia
  • Iridologia
  • Vaccinare perché
  • La terapia del sorriso
  • Anoressia e bulimia
  • La depressione come risorsa
  • Affari di cuore

Il materiale che segue consiste di:

  • l’estratto dei punti significativi della conferenza;
  • l’elenco dei siti internet relativi al testo per approfondimenti sull’argomento;
  • la bibliografia relativa al testo.

N.b.: L'Associazione Kinesis ha lo scopo di divulgare argomenti di educazione alla salute, non può assumersi resposabilità su quanto viene scritto dagli specialisti, nè fornire consigli o informazioni di carattere medico-scientifico. Rimandiamo alla bibiliografia in coda a ogni singola conferenza per le domande relative. Saranno gradite informazioni o suggerimenti al numero di telefono 02.9840908, oppure ai seguenti indirizzi di posta elettronica:  amministrazione@asfsangiuliano.it  oppure contattando lo Studiokinesis.it

INTERVENTO DI ALBERTO GUCCIONE

Parlare di musica è parlare per me soprattutto di un grande amore, di una grande passione. La musica, il suono, è sempre accompagnato da un qualcosa di altamente emozionale, come altrettanto spesso è accompagnato da esperienze negative. Quanti di noi, me compreso, hanno avuto da bambini un’insegnante che ha detto loro che non potevano cantare perché erano stonati, oppure un genitore che li invitava ad abbassare la voce, o li azzittiva. Sono molte le persone che hanno subíto questo, molte di più di quante possiate immaginare. Si pensa sempre alla musica come un tempio inaccessibile, riservato agli addetti ai lavori, ai grandi musicisti, ai grandi artisti. Quello che io vorrei cercare di trasmettervi è che la musica, il suono, sono beni preziosi a disposizione di tutti e per tutti, potrei anche dimostrarvi il perché, ma procediamo con ordine.

Quello di cui vi parlerò stasera altro non è se non il frutto di una vocazione. Per me la musica e il suono sono sempre stati importanti. Mi ricordo che ero piccolo e avevo la febbre: ero cosciente di cosa me l’aveva provocata, avevo ascoltato per un pomeriggio intero un pezzo di Brahms che mi aveva affascinato, e la grande eccitazione vissuta mi aveva portato ad ammalarmi. Grande fu la mia frustrazione nel sentire mia madre ricondurre il mio stato febbrile ad un colpo di freddo. Questo è un episodio come altri dell’esperienza quotidiana, ma attenzione, noi parliamo di musica, ma tratteremo soprattutto del suono, la materia con cui la musica è formata. Il suono è una realtà importantissima per tutti noi: pensate che il 95% della ricarica energetica del cervello è a cura del suono, il restante 5% avviene tramite i sali minerali, le vitamine, ecc. Il suono ha dunque una parte molto più importante di quanto non sembri. Noi pensiamo alla musica come ad un CD che ci piace ascoltare, oppure come ad un concerto che andiamo a sentire. In realtà noi siamo costantemente in ascolto: se di fronte ad una cosa che non vogliamo vedere chiudiamo gli occhi, ad un odore che non vogliamo sentire ci tappiamo il naso, quand’anche noi ci tappiamo le orecchie continuiamo, nostro malgrado, a sentire.

L’orecchio continua a lavorare, sia che noi dormiamo, che se siamo sotto anestesia. Questo è talmente provato che sono sempre di più le équipe di chirurghi che operano sui nostri corpi con la musica di sottofondo, nella consapevolezza che l’orecchio, anche se siamo incoscienti, registra ogni suono. Per dimostrarvi questa cosa voglio raccontarvi un piccolo aneddoto. Portavo a casa da scuola i miei figli, e il più piccolo in macchina si è addormentato. Quando sono arrivato sotto casa, ho sentito che mia moglie stava suonando il pianoforte, e mia figlia più grande è scesa dall’automobile per suonare il citofono e farsi aprire. Mia moglie ha ovviamente smesso di suonare il pianoforte per aprirci. Nel frattempo io radunavo le cose da scaricare e svegliavo il piccolo: questo si sveglia e mi dice di aver sognato un pianoforte che suonava. Posso assicurarvi che il pianoforte aveva smesso di suonare già da qualche minuto, quindi lui stava ascoltando mentre dormiva. L’orecchio funziona sempre, 24 ore su 24, ed una simile attività può essere sopportata solo da un organo altamente evoluto. Nella formazione del feto, l’orecchio, a differenza di altri organi, si forma già dal quinto mese di gestazione, mentre tutto il resto del corpo completa il suo sviluppo entro i nove mesi, e per qualche tempo dopo la nascita.

L’orecchio già dal quarto/quinto mese è in grado di ascoltare in maniera perfetta, totale, tutta la realtà che lo circonda. Ecco perché ognuno di noi alla nascita ha dentro di sé un’esperienza uditiva già formata. Quando nasciamo abbiamo alle nostre spalle già alcuni mesi di ascolto. C’è chi ipotizza addirittura che si impari ad ascoltare ancora prima che l’apparato uditivo sia completamente formato, ma sono tutte teorie ancora da dimostrare. Voi vi chiederete cosa ascolta un bambino nella pancia della madre. Ci sono tante teorie al proposito: c’è chi sostiene che ascolti il suono del flusso circolatorio sanguigno della madre, chi il battito del cuore, che è una specie di tamburo perenne, in realtà nessuna di queste ipotesi risponde al vero. Il bambino durante la gestazione ascolta semplicemente la voce materna in maniera protetta. Immaginate se il bambino dovesse sentire il battito della madre: come farebbe ad addormentarsi, considerando che sarebbe come per noi cercare di addormentarci stando vicino alla cassa acustica di una discoteca, oppure come potrebbe tollerare certi rumori disturbanti, quale quello del traffico della città. Ciò che tutti noi abbiamo sentito nella pancia della mamma è la sua voce ingentilita, in gergo tecnico si dice filtrata, privata cioè di tutte quelle frequenze più basse e gravi, e disturbanti. All’orecchio del bambino arrivano solo le frequenze acute.

Per chi non conoscesse la differenza tra le frequenze basse (gravi) e quelle alte (acute) vi faccio questo esempio: un suono grave è tipo questo…. (emette una nota molto bassa), un suono acuto è questo....... (emette una nota alta), tipo il suono dell’arpa, il canto di un uccello, questi sono suoni acuti. Quindi il bambino non percepisce tutta la realtà di suoni gravi o acuti o disturbanti per una sorta di difesa naturale, percepisce tutto questo aleggiare di suoni materiali, sottili, molto acuti. Tant’è vero che se vedete un neonato, a quel bambino così piccolo parlate con la vocina acuta, a nessuno viene in mente di parlare con un vocione profondo come il lupo di Cappuccetto Rosso, a meno che non vogliate spaventare il bambino. Ai neonati viene spontaneo rivolgersi con vocine, regalare carillon, perché il loro suono riconduce alle frequenze della voce della madre. Immaginate la voce di vostra madre liberata di tutte le frequenze gravi: rimane una sorta di melodia quasi angelica. Questa è l’esperienza che ognuno di noi ha avuto nella gestazione, ma attenzione, perché questa esperienza non è un semplice ascoltare la voce di nostra madre, ma è un crescere con quel suono. C’è nell’ambito della musicoterapia una prevenzione per le cosiddette madri a rischio, perché pare che tre generazioni di madri che rifiutano il loro bambino per situazioni psicologiche particolari, alla terza generazione partoriscono figli che si rivelano autistici, cioè bambini che hanno un rifiuto totale della realtà, la chiusura totale nei confronti del mondo.

Una delle cose che si fa per aiutare questi bambini, è invitare le madri a relazionarsi a loro, se possibile cantando, a offrire loro costantemente messaggi di comunicazione sonora, perché il bambino sente sì la voce della madre, ma soprattutto percepisce l’emozione che le sta dietro, sente se la madre lo accoglie, se ha paura, se è in ansia, se è felice, se è tranquilla e di questi suoni lui cresce. Perché il suono, poi lo scopriremo meglio, ha un’influenza importantissima su tutto il sistema nervoso. Se noi stiamo dritti con la colonna lo dobbiamo al suono, se non abbiamo desiderio di aprire il frigorifero e mangiare qualcosa 50 volte al giorno è perché le nostre orecchie ascoltano bene, se dormiamo poche ore riposanti non abbiamo bisogno di integrare con altre cose, lo dobbiamo ad un buon ascolto, se camminiamo, ci muoviamo, possiamo parlare, prendere un oggetto, lo dobbiamo alle nostre orecchie. Quindi guardate quante cose ci aiutano a fare le nostre orecchie. Quando si parla di ascoltare musica bisogna sapere che dietro la musica c’è tutto un mondo di diverse funzioni e possibilità che le nostre orecchie ci offrono. Mi viene in mente che conobbi due sorelle gemelle, nessuna delle due sposata, che vivevano assieme: una era piuttosto ben piazzata e il suo passatempo preferito era mangiare dalla mattina alla sera, l’altra era smilza ed era un’autrice di musica contemporanea.

La considerazione che ne ho tratto è che era come se nella vita uterina, una si fosse nutrita di più di ciò che passava dal cordone ombelicale, e l’altra si fosse nutrita di più dei suoni: due gemelle, stessa esperienza uterina, due risultati così diversi. Quindi questa è la prima cosa da sapere: cosa ascolta un bambino nella sua gestazione, e cosa ci dà questa musica che spesso è nella voce di un cantante, nel suono di uno strumento. In questo suono si va inconsciamente a ricercare il ricordo di quegli ascolti antichi che comunque sono dentro di noi, e sono un bisogno insopprimibile. Questa come premessa. Poi la musica, il suono, hanno un’influenza oserei dire enorme, ve lo spiego con un esempio molto semplice. Se vi cade un oggetto pesante su un piede, ipotizziamo qual è la vostra reazione:

  1. correte a dipingere un acquerello
  2. componete un sonetto endecasillabo
  3. urlate

Generalmente si urla!

Quindi la prima cosa che accade, in una situazione molto semplice di dolore fisico, è liberare la voce. La voce-suono che rientra nelle nostre orecchie ci dà un certo tono di energia. Lo stesso accade in certe arti marziali: quando la persona sta per spezzare in due una tavola lancia il famoso urlo, come se quel suono concentrasse tutte le energie. L’utilizzo del suono, in questo caso vocale, è un utilizzo istintivo. Noi guardiamo un film comico per rilassarci, ma cos’è che realmente ci rilassa? La risata, che altro non è se non un suono primordiale. La risata come il pianto sono i due suoni primordiali che stanno proprio nell’interno, nella memoria del nostro cervello, del nostro sistema nervoso.

Sono suoni che hanno la capacità di liberare, di sciogliere la tensione in modo inimmaginabile, come ognuno di noi può verificare nella sua vita quotidiana. Se riusciamo a ridere di un qualcosa che ci infastidisce, o a liberarci con il pianto, applichiamo una terapia antichissima costituita comunque dal liberare suoni, suoni primordiali, riconosciuti oramai così utili alla cura del disagio. Oggi stanno nascendo terapie disparate, che per esempio consistono nel rinchiudersi per una settimana a vedere film comici, con il semplice scopo di liberare il ‘"suono-risata": questa si chiama terapia del sorriso. La inventò un medico americano a partire dalla sua esperienza, quando gli fu diagnosticata una malattia. Dopo la prima reazione di sconforto, si chiuse in una stanza d’albergo e cominciò a visionare un mucchio di film comici, Stanlio e Ollio, Buster Keaton, eccetera, e si fece delle matte risate. Uscito da lì, ripeté i controlli e gli riscontrarono dei miglioramenti. Liberare il "suono-risata" nel suo caso ha indotto miglioramenti nella malattia.

Don Campbell, un musicoterapeuta americano che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e che stimo moltissimo, è l’autore di un libro appena uscito, edito da Baldini e Castoldi, che si intitola "L’Effetto Mozart". Egli racconta in questo libro la sua esperienza di malattia e di guarigione attraverso il suono, è una persona che mi ha colpito tantissimo, perché assieme ad altri ha una grande lungimiranza su come sarà lo sviluppo della terapia attraverso il suono. E’ opportuno fare qualche considerazione sull’ascolto della musica così come la si ascolta in discoteca. Ciò che non va nella musica da discoteca é sostanzialmente il volume del suono che, se troppo alto, può danneggiare l’organo uditivo. Un altro spunto che prendo dalla vita quotidiana a proposito del suono, in cui siamo completamente immersi, è il ritmo. Tutto il nostro corpo ha un ritmo. Adesso io sto parlando con un certo ritmo ..... intanto il mio cuore batte ….. io sto respirando ……... Tutto questo ha un ritmo. Il ritmo della musica, la componente dinamica della musica, ha un’influenza pressoché immediata. Mi aiuto con un esempio: andate in un locale di ristoro dove per sottofondo c’è una musica abbastanza tranquilla, ed osservate il ritmo della masticazione degli avventori e confrontatelo col ritmo di masticazione degli avventori di un locale dove il sottofondo musicale è dato da una musica molto ritmata, martellante. Verificherete voi stessi che il ritmo della masticazione segue inesorabilmente il ritmo della musica. A questo proposito, vi racconto cosa ho osservato lo scorso anno in occasione della festa in cui le Forze Armate aprono le caserme a visitatori civili.

Ho portato mio figlio in una caserma, perché appassionato dei mezzi militari, e nel corso dell’esplorazione del cortile della caserma, è arrivato un ufficiale che ha percepito che mancava l’accompagnamento musicale di sottofondo alla manifestazione. Il sottofondo musicale era ovviamente costituito da marcette ritmate, cadenzate. Ma la cosa stupefacente è che al ritmo della musica, corrispondeva puntualmente anche il ritmo dell’andatura dei visitatori della caserma. Inconsapevolmente i visitatori modificavano l’andatura, seguendo il ritmo della musica di sottofondo proposta dai militari. Inequivocabilmente, ognuno coi suoi tempi, i visitatori si adeguavano al ritmo della musica. Di fronte a situazioni come questa che io ho goduto consapevolmente da spettatore, risulta chiaro quanto la musica, il suono, agisca a livello inconscio su ognuno di noi. Questo era un livello semplice. Allo stesso modo se adesso potessimo verificare il battito di ognuno di voi e confrontarlo al ritmo che vi sto offrendo, scopriremmo che sono quanto meno molto simili. Un’altra percezione che è comune ad ognuno di noi, consiste nel momento di grande aspettativa, di emozione, che prende in una sala dove sta per svolgersi un concerto di musica classica, per un concerto rock dovremmo aprire un capitolo a parte. In quegli istanti di tensione, ansia, emozione, è come se stessimo trasmettendo agli artisti che stanno per esibirsi le nostre emozioni.

Si entra con loro come magicamente in comunicazione, e allo stesso modo percepiamo l’emozione di chi sta per salire sul podio. Ovviamente se l’esecutore è teso, anche il pubblico percepirà ed esprimerà tensione, se l’esecutore del concerto sarà rilassato, riuscirà a far fluire la sua tranquillità donando al pubblico quell’esperienza travolgente che può scaturire dall’ascolto di un concerto. Sono stati fatti degli esperimenti a questo proposito, facendo eseguire lo stesso brano di Bach ad esecutori diversi. Il direttore d’orchestra molto rigido, tiranno dell’orchestra, che pretendeva rigidamente il seguito dal suo gruppo, scatenava nel pubblico sentimenti austeri, di tensione; il direttore d’orchestra più elastico, rilassato, più generoso nell’eseguire il suo compito, dava al pubblico sensazioni esattamente contrarie. E’ da tenere presente dunque che lo stato d’animo del direttore d’orchestra influenza sia gli esecutori dei brani, che il pubblico che ascolta. Oggi i tempi stanno cambiando: ci sono musicisti che, prima di affrontare prove impegnative quali i concerti, hanno l’abitudine di trascorrere i momenti che precedono il contatto col pubblico, praticando meditazione.

Per esempio Kitaro, musicista giapponese che fa musica new age, non conosce la musica: al pari di Louis Armstrong, non conosce il pentagramma, lo spartito per loro è illeggibile. Non è dunque vero che la musica è una cosa riservata agli eletti, è un qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno e a cui tutti possiamo accedere, anzi dobbiamo, perché fa parte del nostro nutrimento. E’ fondamentale quindi l’atteggiamento dell’esecutore della musica; la persona in pace con se stessa può offrire agli altri se stessa e la musica, agendo col suo stato d’animo su chi lo ascolta. Questa affermazione è verificabile anche tra noi, basta pensare una parola o una frase con sentimenti positivi e pronunciarla: possiamo raggiungere positivamente l’ascoltatore. Diverso è se la stessa parola o frase la pensiamo con negatività e la pronunciamo cercando di dare un’impressione diversa da ciò che veramente stiamo pensando, o addirittura se la pronunciamo pensando ad altro. L’ascoltatore, a fronte della stessa frase ripetuta tre volte, percepisce le variazioni di stato d’animo che ci fanno pronunciare con tono diverso le stesse parole. Questo è un concetto fondamentale da considerare: le stesse parole che ci vengono dette in un momento di difficoltà, che ci portano conforto, che ci fanno sentire il calore della persona che ce le rivolge, se dette malamente o alle spalle, ci feriscono. Questo fa parte del potere del suono. La parola può veicolare moltissime cose, quotidianamente.

Noi viviamo immersi da questi suoni, e poiché abbiamo già visto che fin dal quinto mese di gestazione il nostro orecchio è perfettamente in grado di ascoltare la voce, il suono di nostra madre, andiamo a veder qual’é il vero problema dell’ascolto. L’orecchio è un organo attivo 24 ore su 24, che è a disposizione del suono costantemente, che sente anche quello che razionalmente non vorremmo sentire, ma che magari le convenzioni sociali ci costringono ad ascoltare. Resta il fatto che quando incontriamo una persona che non ci è gradita, possiamo anche colloquiare con lei, ma non memorizziamo ciò di cui ci ha parlato. Così come solitamente i figli stentano a memorizzare le ramanzine dei genitori e non si perdono neanche una parola del fidanzato/fidanzata che parla loro. Mio fratello, fidanzato con una ragazza bolognese, quando la conobbe assunse addirittura il suo accento, la sua cadenza. Miracoli dell’orecchio e dell’amore... Nel caso delle due persone che non si sopportano, che sentono ma non ascoltano, ricevono il suono ma il suono non le trasforma, perché questa è la loro volontà. Nel caso dei due innamorati, l’orecchio invece sente e sente benissimo... Ciò che ci interessa puntualizzare intorno ai misteri dell’ascolto, è che questo è volontario.

La percezione del suono deve essere una cosa assolutamente volontaria, per cui nel momento in cui questa conferenza suscita l’interesse del pubblico, so di essere ascoltato, se non vi interessasse ciò che sto dicendo, i miei suoni, le mie parole si limiterebbero ad attraversare i vostri apparati uditivi e non vi rimarrebbe nulla di ciò che qui si dice. Così è la musica, chi vuole ascoltarla, fermarla dentro di sé, se ne nutre. Potrei dimostrarvi che fare musica è molto più semplice di quanto sembri. Chi non conosce la Quinta Sinfonia di Beethoven, quella che fa ………(canta le prime note), quella che alcuni definiscono come il "destino che bussa alla porta". E’ composta di due sole note che si ripetono, che dialogano, si rispondono tra loro. Questa semplice geniale composizione prosegue per venti minuti, ritornando in vari modi sull’idea dell’accostarsi di quelle due note. Cosa c’è di più semplice, eppure tutti dicono "ahhh… Beethoven, ho sentito la Quinta eseguita da Von Karajan", abbiamo ancora una volta l’impressione che la musica sia qualcosa di irraggiungibile: in realtà Beethoven ha avuto un’idea geniale che ha saputo sviluppare. Se io andassi in una classe di bambini, consegnando loro degli strumenti e limitando a due l’uso delle note possibili per le loro composizioni, vi assicuro che lasciandoli lavorare, potrei ottenere qualcosa di molto simile alla Quinta di Beethoven.

Una delle cose che faccio nella mia attività di musicoterapia a supporto di ragazzi portatori di handicap, è far fare loro musica con niente, cioè dare loro poche semplici istruzioni per permettere loro di pensare in modo musicale. Questo per dire che ogni persona ha la potenzialità per diventare autore, esecutore di musica se c’è qualcuno che sa trasmettergli come fare. Io stesso, che ho studiato il pianoforte per molti anni, ricordo tutti i divieti impostimi prima di toccare il pianoforte: gli interminabili solfeggi, la teoria prima di poter finalmente mettere le mani sulla tastiera, tutti comportamenti che mi hanno portato ad allontanarmi dalla musica, al punto da non sopportare più il pianoforte. Quanta gente ho incontrato che, conseguito il diploma da musicista, lo ha chiuso in un cassetto e si è messa a fare altro, che guarda caso non c’entra nulla con la musica. Anch’io ho seguito questo percorso, in un periodo di sfiducia ho lasciato perdere tutto, poi ho ripreso per i fatti miei, con rinnovato desiderio e sono arrivato a concludere i miei studi musicali in maniera assolutamente autonoma, poiché cercavo qualcosa di diverso. Spesso è proprio l’ambiente musicale che impoverisce. Ricordo un’insegnante di scuola materna che ha cercato di dissuadermi dal lavorare con una bambina, sostenendo che questa era stonata. Quando mi sono informato sul metodo di lavoro che si utilizzava per far cantare la bambina, ho scoperto che si pretendeva che riproducesse delle canzoni di Cristina d’Avena, con la sua stessa voce acuta, con il suo stesso registro (!).

Da che mondo è mondo le voci hanno registri differenti, c’è la voce bassa maschile, la voce acuta femminile. Semplicemente questa bambina non stava dentro quelle note, e la maestra dal canto suo non era capace di arrangiare la musica per accompagnare la bambina nel canto, con risultati insoddisfacenti per tutte e due, pensando che fosse la bambina ad essere stonata. Quando l’arrangiamento è stato adeguato al registro della bambina, questa era perfettamente in grado di cantare. Il problema è proprio questo: siamo tutti musicisti senza saperlo, siamo tutti musicoterapeuti di noi stessi e non lo sappiamo, dobbiamo solo riattivare questo strumento meraviglioso che è l’orecchio, ad ascoltare veramente. Pensate che nell’antica Grecia, quando una persona era malata, la prima cura alla quale veniva sottoposta era di stare 10/15 giorni chiusa in una stanza, vicina ad un ruscello. Questa persona ascoltava il suono dell’acqua, che come sapete è ricco di frequenze. Voi pure andate al mare e vi stordisce sì il sole, il caldo, ma ancor di più il suono del mare: questo viene chiamato "suono bianco", perché racchiude in sé tutte le frequenze, come fosse un pianoforte con una tastiera infinita schiacciata da una mano gigante.

L’ampia gamma di suoni ha un effetto di stordimento per le orecchie, ma anche uno straordinario effetto ricaricante.Lo stesso vale per il canto delle cicale d’estate, il loro canto "scscscsc" all’inizio ci stordisce, poi ci sembra di non poterne fare a meno, come pure il canto dei grilli la notte, ci dà un senso di pace, di armonia delicata. Le cicale nell’antico Egitto erano considerate sacre; oggi sappiamo che cantano ad una frequenza di circa 5.000 hertz, che pare sia quella che riequilibra i due emisferi del cervello: quello sinistro del tempo, razionale, che ragiona, quello destro dell’immaginario, del tempo che non esiste, del sogno. Non a caso gli egizi che come tutti gli antichi ne sapevano abbastanza del suono, consideravano sacre le cicale per il loro canto. Noi senza saperlo, andiamo in vacanza anche per nutrirci del suono del mare, del suono delle cicale, del canto dei grilli, perché viviamo in una città dove le nostre orecchie sono continuamente martellate, assalite da suoni violenti. Ecco perché se andiamo per qualche tempo in montagna, i primi giorni ci sembra di sentire dei ronzii. Questi ronzii non sono altro che suoni che la realtà rumorosa non ci fa sentire. Come dicevo prima, il cervello ha un bisogno quasi assoluto di suono, il 95% della ricarica energetica gli viene dal suono, quindi in montagna il cervello si autocrea il suono, quello che troppo generosamente viene fornito nella quotidianità cittadina. Ci sono fenomeni strani, chiamati "acufeni", a cui non si riesce a trovare una soluzione, che sono suoni, ronzii, fischi che la persona sente perennemente, 24 ore su 24.

Altro non sono che forme di difesa, espressione di suoni che mancano, che non ascoltiamo perché il nostro ascolto si è stancato, ed il cervello li autoproduce perché gli occorrono quelle frequenze di suono. Il bambino ha bisogno di quelle frequenze che lo riportano alla voce della madre: se quelle frequenze sono mancate, perché la madre aveva dei problemi, perché era triste, perché il periodo della gravidanza è stato difficile, quasi certamente il bambino andrà a cercarle. Anche io ho vissuto questa esperienza: il mio grande amore per la musica è nato soprattutto per andare a cercare quelle frequenze che ho trovato nel nutrimento sonoro, che sono certo mi siano mancate durante la gestazione, infatti mia madre nel periodo della gravidanza attraversava momenti difficili. Spesso ci si ritrova ad acquistare un CD o a desiderare di ascoltare una certa musica, senza sapere quante cose siano dietro quel desiderio, persino la potenzialità di ognuno di noi ad essere musicista o creatore di musica. Questo è il succo di quanto volevo raccontarvi della musicoterapia, non avrebbe senso se io mi prodigassi a fornirvi suggerimenti sull’ascolto di questo brano o di quell’autore, non potreste giungere ad alcun risultato.La musica può essere un ottimo aiuto/terapia per la cura della malattia, ma ciascuno ha bisogno della sua musica, perché ognuno ha vissuto esperienze diverse, perché ognuno di noi ha un mondo sonoro completamente diverso, ed ognuno è accordato in maniera diversa.

Posso dimostrarvi ciò che ho detto con un banale esperimento: io emetto un suono di una sola nota, voi chiudete gli occhi ed ascoltate in che parte del corpo recepite le vibrazioni del suono.

(Emette il suono "oooooooooooooooooooo"…….)

Ora aprite gli occhi e guardatevi, qualcuno ha ricevuto il suono all’altezza del petto, alcuni nell’addome e così via. Ognuno l’ha ricevuto nella sua maniera, eppure il suono era unico. Questo perché siamo accordati in maniera diversa, e questa diversità di percezione, di ascolto, costituisce un principio fondamentale per la musicoterapia e per la comunicazione in generale. Molti ragazzi vanno in discoteca perché i suoni diffusi ad alto volume fanno vibrare tutto il corpo, loro in discoteca sentono, sperimentano il contenimento, l’abbraccio vibratorio della madre, il calore affettivo che magari manca loro. Questa è la motivazione per cui la discoteca attrae molto i giovani, per questa sorta di musico-cromo-terapia che offre. L’aspetto negativo della discoteca, ed in generale dell’ascolto dei volumi alti, è il danneggiamento delle cellule dell’orecchio e del sistema nervoso, che non si rigenerano. Bisognerebbe piano piano riaprire la capacità di ascolto. Non è solo un fatto tecnico, ma anche funzionale. Bisogna imparare a sentire, come due persone che s’incontrano, che si parlano e si ascoltano, che reagiscono all’ascolto, che si emozionano per le cose che sentono.

Questo è uno dei problemi che devo affrontare nella terapia di supporto all’autismo. Gli autistici sono persone che hanno un notevole potenziale: ho conosciuto un ragazzo autistico, che chiamavano "il ragazzo dell’ascensore", perché là trascorreva il suo tempo, perché probabilmente l’ambiente ristretto gli ricordava il contenimento del ventre materno: lui era molto intelligente, tanto da essere in grado di dichiarare, senza esitazione, che giorno della settimana era un giorno molto indietro nel tempo. Non sbagliava, lo abbiamo verificato, ma con lui non si poteva in ogni modo comunicare. L’orecchio lavora 24 ore al giorno, e nei casi di problemi gravi di comunicazione, di solito ci troviamo a lavorare con persone che sono costantemente impegnate a non ascoltare, a non fermare e rielaborare dentro di sé i suoni. Pensate che persino con i sordi profondi è possibile fare musica, basta comunicare loro con le frequenze che recepiscono, poiché, nonostante quello che si pensa, non esistono sordi assoluti, perché non potrebbero vivere per il motivo che vi ho già illustrato, cioè la ricarica energetica del cervello tramite il suono. Ho avuto il piacere di conoscere una donna che sta facendo uno splendido lavoro di rieducazione dei sordi, che ha scoperto che se voi parlate a un sordo, questo non sente, perché siete troppo veloci nel farlo. Provando a cantare nel registro medio, paaarlaaandoogliiiii cooosiiiii, anche i sordi sono messi in grado di ascoltare.

Questa intuizione più tutto un lavoro riabilitativo, rieducativo, fatto di filastrocche, l’attività corporea che accompagna certi suoni, eccetera, ha dato dopo 3 o 4 anni di lavoro, buoni risultati di recupero della sordità. Io ho parlato anche con un ragazzo che è stato curato con questo metodo, e se non mi avessero detto che era sordo, non me ne sarei certamente reso conto. Un’altra situazione emblematica mi è capitata con un ragazzo che appena arrivava nella stanza di musicoterapia, chiudeva tutte le tapparelle e al buio andava a nascondersi in bagno. Quando sono riuscito, arrancando al buio, a raggiungerlo, ho scoperto che il suo nascondersi consisteva nella possibilità di appoggiare l’orecchio al muro del bagno dove scrosciava l’acqua dello sciacquone del water, cioè ascoltava quei suoni acuti a 8.000 hertz che rammentano i suoni materni. Così un’altra ragazza, che aveva l’abitudine di arrotolarsi e toccarsi continuamente i capelli dietro l’orecchio. Dopo lunghe osservazioni abbiamo capito che ascoltava, anche se può sembrare incredibile, il loro rumore. Il suono più simile a quello del rumore dei capelli che siamo riusciti ad offrirle, è stato il canto delle cicale. Quando ha ascoltato il nastro che le abbiamo proposto, ha tratto un sospiro profondo come probabilmente non le succedeva da anni.

Chi insegna sa bene quanto sia difficile catturare l‘attenzione dei bambini, certo è che più uno urla, meno viene ascoltato. In una classe ho fatto l’esperimento che è ormai riportato su tutti gli annali della musicoterapia: dopo aver urlato per farmi ascoltare, facendo sì che i bambini si sentissero aggrediti dal suono alto della mia, ho abbassato improvvisamente il tono della mia voce, ho fatto addirittura una vocina, in pochi istanti il silenzio è stato totale. L’orecchio abbassa le barriere difensive e inizia ad ascoltare. Ci sono suoni rituali (mantra) che inducono alla meditazione o ad acquistare un certo benessere psicofisico, il mantra in assoluto delle insegnanti è: scccccccccccc. Tecnicamente scccccccccccc è un concentrato delle frequenze acute, quelle che attivano il cervello. Lo scccccccccc della maestra è il suono che attira i bambini e li fa ammutolire (per qualche istante).

 

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