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L'Azienda Servizi Farmaceutici e
l'Associazione Kinesis intendono, con il presente testo,
rappresentare uno stimolo all’ approfondimento della conoscenza
sull'argomento trattato. Come nelle conferenze svoltesi negli anni precedenti, l'obiettivo è quello di fare divulgazione su argomenti
di educazione sanitaria, senza pretendere
di esaurire il tema, ma fornendo spunti di
studio e ricerca per singoli o associazioni. Il presente testo appartiene
alla serie degli estratti delle precedenti conferenze (disponibili su questo sito internet
) di cui segue l’elenco:
- Prevenzione alimentare del tumore alseno
- Medicina Cinese
- Omeopatia umana e veterinaria
- Medicina Ayurvedica
- Fitoterapia
- Digiuno terapeutico
- Musicoterapia
- Iridologia
- Vaccinare perché
- La terapia del sorriso
- Anoressia e bulimia
- La depressione come risorsa
- Affari di cuore
Il materiale che segue consiste di:
- l’estratto dei punti
significativi della conferenza;
- l’elenco dei siti internet
relativi al testo per approfondimenti sull’argomento;
- la bibliografia relativa al testo.
N.b.: L'Associazione Kinesis ha lo scopo di
divulgare argomenti di educazione alla salute, non può assumersi
resposabilità su quanto viene scritto dagli specialisti, nè fornire
consigli o informazioni di carattere medico-scientifico. Rimandiamo
alla bibiliografia in coda a ogni singola conferenza per le domande
relative. Saranno gradite informazioni o suggerimenti al numero di
telefono 02.9840908, oppure ai seguenti indirizzi di posta
elettronica: amministrazione@asfsangiuliano.it oppure contattando lo Studiokinesis.it
Intervento di Lella Ravasi
Oltre lora di piombo: la depressione
come risorsa
Dal sentimento di perdita, di abbandono e
di infinito vuoto alla capacità/possibilità di vivere
Linfinito vuoto: dolore esistenziale,
sofferenza e malattia
Potrei tenere questa conferenza parlando a
braccio, ma ho preferito tracciare uno schema scritto e
leggerlo, intervallandolo con lascolto di alcuni brani musicali. Vi chiederei
perciò di prestare ascolto ad una comunicazione più profonda, più interna ed
emozionale. Quello che io cerco non è trasmettere una fila di teorie, ma
arrivare ad una emozione, ad un sentimento che dica qualcosa di diverso, con
lappoggio della musica e della poesia. Alla fine direte se questo vi ha smosso
qualcosa, o se sono delle banalità
E, per la serietà con cui affronto il mio
lavoro, non darò delle risposte,perché qualsiasi cosa io dicessi in risposta ad
una domanda sarebbe come il tradimento di una profondità. Voi potrete comunque
comunicare ciò che sentite. Abituati a considerare i momenti di difficoltà come
degli intralci, degli sgarbi che la vita ci fa, non possiamo certo pensare alla
depressione come a una risorsa, forse una risorsa per le case farmaceutiche,
perché laumento del 60% negli ultimi quattro anni di antidepressivi significa
una quantità pazzesca di soldi che girano
Depressione, quindi, come
opportunità. Il titolo di questo incontro è quindi provocatorio e paradossale.
Cercherò di motivarlo, aiutandomi con musiche e poesie, cioè con qualcosa che va
oltre la parola abituale, in una specie di parola dellanima, della psiche, che
ci dia modo di entrare in comunicazione con parti di noi che non sanno, che si
lasciano incantare, come i bambini con le fiabe. Ci sono stati della vita legati
ad una sofferenza acuta che fa parte del normale doloroso apprendimento
dellesistenza, e che rischiano di venire etichettati allinterno di un quadro
patologico. Il sentimento di perdita (di una persona cara, come di unimmagine
corporea o psicologica di interezza di sé, come di luoghi che rappresentano la
certezza dellidentità) può devastare, impedirci di riconoscere la realtà del
nostro stare al mondo, spedirci nel territorio delle ombre in cui riaffiorano i
fantasmi, che ci seguono da sempre, dellinadeguatezza, dello smarrimento.
Si regredisce non per patologia, ma per una specie di
autoprotezione nel dolore, per fare come gli animali un buco e scavarci la tana
fino a quando il tempo e la vita stessa hanno il sopravvento, e riprendono a
essere forti i bisogni primari: nutrirsi, dormire. Solo più avanti, quando si
sta meglio, si possono rivedere gli amici, le persone care, senza essere
sgominati dal senso di morte che tutto pervade, dal vissuto della precarietà
esistenziale che nella parola definitiva è la morte, ma che passa per tante
piccole morti senza apparente importanza, senza il diritto
allimmagine anche esterna, sociale, del lutto. La fine di un amore può essere
devastante, ma non è una morte per cui si fa un funerale e tutti stanno intorno,
anzi dopo un po scoccia, non se ne può più parlare. E mutano negli anni gli
spazi del dolore, ma sempre colgono alle spalle, non ci si attrezza mai
abbastanza a viverli in modo relativamente normale. E sempre la delusione in
primo piano, la sconfitta della conquista allesistenza, del nostro buon diritto
a godere della vita. Nelle poesie cè un modo di dire parole semplici e alte che
traducono e ci mettono in relazione con le emozioni. Cè una poesia di Emily
Dickinson che vorrei proporre e vorrei partire proprio dalle parole poetiche per
conoscere, per raccontare in modo profondo ciò che tutti ci siamo trovati a
vivere, il sentimento del dolore, e del tempo in cui il dolore è immerso. La
poesia dice: Dopo un grande dolore viene un sentimento formale - i nervi,
siedono cerimoniosi come tombe - il cuore irrigidito si chiede se proprio lui ha
sopportato, e se fu ieri, o secoli fa. I piedi - meccanici - vagano su una
strada legnosa se di terra o aria o niente - ormai indifferenti. Appagamento di
quarzo, come pietra - Questa è lora di piombo - ricordata da chi sopravvive,
come gli assiderati ricordano la neve: prima il gelo - poi lo stupore - poi
labbandono.
Raramente una poesia riesce
a raccontare le sensazioni fisiche oltre che psichiche del dolore in modo così
totalmente vero e penetrante, così reale: le cose stanno davvero così, e allo
stesso tempo sono simbolicamente pregnanti. Inizia da subito dopo un grande
dolore, non importa quale. Non ci sono classifiche, DSM, cioè categorie
psichiatriche che tengano, (la morte è un dolore legittimo, ma la perdita di
unamicizia varrà meno? Forse per gli inquadramenti psichiatrici DSM, non per il
singolo umano a cui accade di passare per la singola esperienza). Quindi
dopo un grande dolore viene un sentimento formale si finisce dentro
la prigione della distanza dal sentimento, irrigidito nella forma, svuotato
dalla fluidità che lo contraddistingue. Forma e sentimento non possono stare più
insieme. Si sta prigionieri della maschera, del ruolo che si è costretti ad
indossare, non perché ce lo richiede il mondo, ma perché noi diventiamo il
mondo, un piano collettivo che tiene le distanze, una buccia, una scorza,
un guscio, per non lasciare che lanima sia scoperta come morbida carne viva. I
nervi siedono cerimoniosi come tombe: la privazione di emozioni irrigidisce
nella forma della tomba in cui si deposita lassenza di vita in cui il dolore ci
precipita. Come se le tombe avessero la funzione di luogo della rappresentazione
simbolica della cerimonia del dolore, fossero il luogo fisico del lutto, e i
nervi nel loro stare bloccati, attanagliati, mettessero il corpo alla prova di
una immobilità di morte.
Il cuore irrigidito si
chiede se proprio lui ha sopportato: la domanda è possibile solo nel
rigore del ghiaccio. Solo il cuore ghiacciato può dire parole mentali sul
dolore, chiudersi in un pensiero freddo, che non vuol dire non soffrire, è un
modo del soffrire che tiene a distanza da se stessi, forse lunico possibile
perché non ci si può permettere altro. E questo cuore ghiacciato non sa
collocarsi nel tempo è stato ieri o secoli fa?: per sopportare
linsopportabilità atroce del dolore la distanza fa perdere la misura delle
cose, non cè il senso normale del fluire del tempo. Oggi, ieri, domani, tutto
precipita nella irrealtà atemporale del sogno, della fantasia, e solo con questa
distanza si può vedere oltre il tempo, stare oltre il tempo storico in quella
storia che ci butta via, che ci precipita oltre se stessa. A questo punto il
corpo va avanti come un burattino, svuotato: involucro, meccanica, tutto senza
domande continua a funzionare, ingranaggio dopo ingranaggio, piedi stomaco
occhi. Tutto va e vaga: ma la strada ha la consistenza dellindifferenza e può
essere terra o aria o niente. Non cè sentimento che stia assieme, e
allora il mondo delle sensazioni anche fisiche scompare: lindifferenza rende
indifferenti le percezioni fisiche del nostro stare al mondo. Si mangia senza
sentire i sapori. Si smarrisce il gusto della vita come delle
emozioni, come dei sensi corporei. Appagamento di quarzo, come
pietra, antica, immobile nel tempo, il massimo della materia e della sua
impossibilità di appagamento; sta nella fredda trasparenza della vita
il vetro del dolore, che anticipa il verso centrale: Questa è lora di
piombo.
Il dolore pietrifica, trasforma la vita in una materia che è tomba, niente, quarzo, piombo. La materia
e noi siamo la stessa cosa, forse così il corpo e la psiche si illudono di
cacciare lontano il soffrire. Il privilegio del rapporto con il dolore si ha
solo in chi sopravvive allora di piombo. E il ricordo inventa una strada di
ghiaccio, come per gli assiderati la neve: prima il gelo - poi lo stupore -
poi labbandono. Con il gelo ancora si sente; con lo stupore si è già
lontani, altrove, portati via. Labbandono porta fuori dalla vita. Non posso
pensare ad altro racconto in versi del dolore, è così vero e potente da dire la
profondità del soffrire davvero in modo radicale, senza sotterfugi, senza vie
duscita consolatorie, senza ricorrere a giri di parole o a mezze verità: non
cè che questa via per esplorare la profondità del soffrire, e non nella china
della patologia, ma nella normalità dellesistenza, di un modo di vivere che
comprende il fatto che il dolore è indicibile, prende alla gola, prende i sensi,
pietrifica, ghiaccia. E questo non vuol dire essere malati, ma vuol dire esseri
umani. Le parole della Dickinson parlano del vuoto dal punto di vista del vuoto,
che è lunico punto da cui partire se non si vogliono raccontare bugie, cioè
lesperienza del vuoto, della solitudine, del soffrire come qualcosa che nella
vita tutti attraversano. Perché il problema che ci si pone come terapeuti è come
attivare una forma di empatia profonda, di solidarietà umana che rispetti il
silenzio del dolore dellaltro e che sappia evocare dentro di sé una risonanza
rispettosa e solidale.
Se sappiamo di esserci
passati anche noi - in forme diverse, perché per ciascuno la storia del nostro
esserci nel mondo si esprime in modo diverso - e se labbiamo conosciuto,
sperimentato, inventiamo la forma del contenere che potrebbe essere
almeno parzialmente adeguata alla sofferenza di chi ci sta di fronte. La
relazione è lo strumento principale della cura, nel senso di prenderci cura,
dellavere cura di. Ha forse alcuna cura di me? dice Violetta in
Traviata di Verdi. E lui, Alfredo, risponde Perché nessuno al mondo
vama. E continua poi nellaria che rapisce Un dì felice, eterea, mi
balenaste innante, e da quel dì tremante vissi dignoto amor. Ah, quellamor
quell amor che è palpito dell universo dell universo intero, misterioso,
misterioso e altero, croce e delizia, croce e delizia, delizia al cor.
Musica: Traviata, Verdi, Un dì felice eterea Lavere cura è il momento
terapeutico in cui passa una qualità damore per lesistenza, per lumanità in
noi e nellaltro, laltra, palpito delluniverso intero, mistero che
è croce e delizia. Usare le poesie e il melodramma può sembrare un artificio che
non tiene conto della quantità di testi pubblicati sullargomento della
sofferenza e del dolore della depressione, ma io credo che sia invece un modo
forte per riconoscere unappartenenza comune, oltre i tempi diversi e le realtà
sociali diverse, una caratteristica di fondo del modo femminile (sia della donna
che del femminile delluomo) di soffrire e di cercare una via per uscire dalla
sofferenza, senza precipitare nella diagnostica da una parte, nel ruolo della
vittima dallaltro. Il riconoscimento di una comune umanità è lo strumento
principale che permette alla cura di esprimere parole vere, di esserci con
parole incarnate, che sono poi quel poco che possiamo, quel poco che sappiamo
dire.
Il percorso del lavoro sul
lutto, del lavoro sulla sofferenza, per portare a un livello sopportabile il
dolore, non per farlo scomparire, solo per renderlo comunicabile; quel poco che
si può per uscire dal ghiaccio rende tutto fragile, prezioso. Ogni parola è
cura, ma la stessa parola può essere unarma che ferisce se non si è
pronti ad accettare una parola che vada bene, se si è trattenuti nella prigione,
se ancora non cè modo di dirsi con parole vere il mistero radicale del dolore,
il perché sconfinato del potere del male. Male di vivere, male di perdere, male
di morire. Cè una sofferenza inesorabile nella vita stessa, dice Kierkegaard, e
in modo paradossalmente serissimo afferma che imparare a conoscere langoscia è
unavventura che ogni uomo deve affrontare se non vuole perdersi, sia per non
averla mai provata, sia per esservisi sommerso. Ci si perde anche quando si
vive in modo totalmente inconsapevole, ci si lascia passare tutto addosso. Il
rapporto tra stati dangoscia e sensi di colpa non si nutre di un terreno
psicopatologico, non significa essere malati, ma umani. Solo oltre una soglia si
sposta e non è più riconoscibile dal soggetto, entra nel quadro della patologia.
Ma è patologico anche chi non riconosce, non conosce il soffrire, chi scarica da
sé la complessità, chi vive in quella che si definisce acutamente situazione
normopatica, dove la è la cosiddetta normalità a essere patologia.
Sono i cosiddetti normali a vivere lindifferenza, a stare lontani
dallempatia con fatti o persone che possono chiedere attenzione, ascolto,
presenza. Sono questi normali senza colpa, senza sofferenza, ad essere
portatori di vuoto, a scaricare la quantità di coinvolgimento nella vita -
rifiutata, evacuata - su altri che vivranno con sensibilità al loro posto.
Spesso si ha limpressione
(evidente in alcune coppie o in alcune realtà gruppali o sociali) che il
sentimento del dolore sia vissuto in modo vistoso, lacerante da qualcuno che
finisce per farsene carico per tutti, o per altri che ne stanno alla larga. E
unipotesi largamente verificata quella del capro espiatorio, ma
credo che convenga riproporcela nellottica anche del superamento di quella
passione per il protagonismo nel dolore, che può esserne il contraltare. Sono i
cosiddetti normali quindi a essere portatori terribili del virus
del vuoto, scaricando il coinvolgimento nella vita su altri, che vivranno
al loro posto la sensibilità. Quello che circola, qualcun altro se lo piglia
addosso. Questa è una cosa importante da tenere presente, perché da una parte vi
sono le persone che scaricano la tensione da sé e dallaltra vi sono le persone
che se la accollano e che però possono superare la tendenza a essere
protagonisti nel dolore. Uno lo scarica e quellaltro se lo piglia per due, per
tre
E salute mentale per tutti smontare lonnipotenza, sia quella che ci
rende estranei al dolore, sia quella che ci rende protagonisti unici del dolore.
Se ci prendiamo cura della sofferenza degli altri, delle altre, non ci
allontaniamo in modo onnipotente dalla cognizione del dolore che attraversa
anche la nostra vita, e smontiamo la dinamica complessuale del capro espiatorio
perché entriamo nellarea del prenderci cura più che del
curare, in cui anche noi siamo coinvolti. Tra il curare e il
prendersi cura cè una distanza che non sta solo nelle parole: chi cura può
essere attratto dalla passione per lonnipotenza, può curare in modo oggettivo,
badando più alla propria bravura di curante che non alla realtà di chi sta
dallaltra parte. Chi si prende cura lo fa in senso relazionale, dialettico fin
dalle premesse: assumersi la responsabilità della relazione con laltro e allo
stesso tempo interrogarsi.
E un modo di vivere, oltre
che di procedere terapeuticamente che impone continuamente una doppia visione,
una doppia presenza, una rivolta allesterno e una allinterno di sé, una alla
relazione con laltro e una alla relazione con sé. Prendersi cura significa
assumere fino in fondo la propria umanità, la capacità di vivere lansia del non
sapere, del non capire, del condividere il vuoto esistenziale, il baratro della
sofferenza legata alla perdita. Uno dei pensieri che può in questo senso
aiutarci è quello di apprendere dallesperienza così comè, come la stiamo
vivendo, che vuol dire anche apprendere dallincertezza. Non si impara dalle
certezze, esse sono piuttosto uno schema difensivo per barricarci dentro la
corazza piena di marchi illusori sulla nostra presunta incolumità. Cè un sogno
molto importante che capovolge il discorso sulla depressione, sul freddo del
vivere, e mostra lopportunità che vi è nascosta. E una visione: Cè una
collina (cara al sognatore perché appartiene al mondo della sua infanzia, alle
sue radici). Cè la neve sulla collina, cè il sole, e alcuni alberi che fanno
ombra sulla terra innevata. Con sorpresa scopro che la neve si va sciogliendo
nella zona sotto lombra, non al sole. Non nella razionalità illuminata si
sciolgono le nevi. Il rigore della terra coperta di bianco può essere la coltre
depressiva: isola, protegge, difende dal vivere. La neve della terra madre
sgela, si scioglie non al sole del pensiero, ma nellombra, nella luminosità
vitale del negativo, nella depressione, che però è quel pozzo della
malinconia, che è anche dallaltra parte luogo della creatività, dellarte,
della veggenza. La sofferenza non è altra, non ci è estranea,
qualcosa del dolore dellaltro ci appartiene, risuona dentro come una musica
conosciuta, solo attutita, ma è la stessa musica di fondo: è il nostro essere
carico di pena che viene evocato, è lidentica paura di morire che ci attraversa
tutti, è la stessa angoscia allorigine del mondo interiore di tutti, una comune
umanità che sa la perdita, la conosce fin dalle origini, perché si viene al
mondo segnati dal morire.
Infine, qualsiasi cosa
facciamo di noi, e allo stesso tempo - infinita e comune - è la speranza di
vita, di fare qualcosa di forte della nostra vita, di avere un senso, e infinita
e comune è la comune umanità che sta tra langoscia e la speranza. Ho sempre
pensato, e ora sempre più con il passare degli anni, che la qualità empatica
profonda che mi spinge a essere quella che sono nel bene e nel male - stia
racchiusa tra laria di Traviata Ha forse alcuno cura di me? che apre
a quellaria Un dì felice eterea ascoltata prima e la storia di
Otelloss, lo struggente racconto di Shakespeare quando il Moro parla di
Desdemona: Ella mi amò per i pericoli che avevo corso, ed io lamai perché
da essi era stata mossa a pietà. Questa è tutta la magia che ho usato. E
Verdi il suo Otello lo scioglie nella musica E tu mamavi per le mie
sventure, ed io tamavo per la tua pietà. In fondo è tutto qui. Aver cura,
prendersi cura delle sventure e della pietà delluno verso laltro, nella
reciprocità del soffrire e dello sperare. E ci sono due parole importanti per
definire latteggiamento con cui si sperimenta laver cura, il prendersi cura,
contrapposto ad un modo che si ritrova nel curare (avere cura e curare sono due
cose diverse): le parole sono curiosità e sicurezza. La
curiosità, opposta alla sicurezza di chi già sa, muove sul terreno
dellinsicurezza, va oltre, esplora il mondo con cauto coraggio, non si pone
certo come Rambo, non fa azioni stupefacenti, ma impara a stare nel mondo
reale e delle relazioni - con attenzione vigile, che va continuamente oltre. Non
è la sicurezza a condurre qualcuno o qualcuna ferita da un grave dolore fuori
dal buio, nello sgelamento allombra. E piuttosto, credo, la presenza discreta,
incerta, curiosa, nel senso dellattenzione a scoprire insieme quello che
accade, ad aiutare quando lora di piombo attacca le nostre sicurezze, mina le
radici del nostro essere nel mondo. Malinconia, tristezza, nostalgia, sono stati
di normalità nel dolore, segni del modo di essere in cui si è immersi; come
anche disperazione e angoscia sono stati della sofferenza acuta, non per questo
segnali di patologia.
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